Bologna FC: storia, scudetti e ritorno in Europa
21/06/2026
Tra i club italiani con una tradizione autentica e radicata nel territorio, il Bologna FC occupa un posto che non si spiega soltanto con i numeri — sette scudetti, una Coppa Italia, decenni di militanza in Serie A — ma con qualcosa di più difficile da quantificare: la continuità di un'identità cittadina che si è depositata nel tempo come la pietra nei portici della via Emilia. Il Bologna FC calcio storia tifo è un intreccio che attraversa quasi un secolo e un quarto di esistenza, passando da stagioni di gloria assoluta a periodi di anonimato tecnico, fino al recupero di peso specifico che caratterizza il club nella prima metà degli anni Venti del Duemila.
Fondato nel 1909 da un gruppo di studenti e appassionati di nazionalità mista — italiani, svizzeri, inglesi residenti in città — il club si impose presto come una delle forze più strutturate del calcio italiano nascente. La presenza di figure tecniche straniere, di una dirigenza capace di pianificare e di un bacino tifoso che ha sempre misurato il calcio con il medesimo rigore con cui Bologna misura la cucina e la cultura, ha generato nel tempo una specificità che altri club di analoga grandezza storica non sempre possiedono. Il tifo rossoblu non è mai stato un tifo da risultato: ha accompagnato il club nelle sue fasi più buie con una fedeltà che i dati delle presenze al Dall'Ara, persino negli anni di Serie B, confermano in modo inequivocabile.
Rileggere la storia del Bologna significa anche rileggere la storia del calcio italiano per frammenti: la stagione del cosiddetto "scudetto della stella mancante", le rivalità con squadre del nord costruite su risorse enormemente superiori, il rapporto complicato e mai del tutto risolto con le aspettative di una città che vuole eccellenza ma diffida delle promesse facili. È dentro questa tensione che il club ha costruito la propria narrativa, e capirla è indispensabile per interpretare il recente ritorno in Europa.
Le origini del club e il contesto sportivo della prima metà del Novecento
Il calcio italiano dei primi decenni del Novecento era un sistema ancora fluido, privo di un campionato nazionale stabile fino alla riforma del 1929, e il Bologna si mosse in questo ambiente con un'intelligenza organizzativa che i club del tempo raramente possedevano: ingaggiò allenatori stranieri di valore, costruì un centro sportivo quando ancora era un'eccezione, e stabilì rapporti con il territorio che andavano oltre il semplice tifo domenicale. Il primo scudetto arrivò nel 1925, ma fu il ciclo degli anni Trenta — con quattro titoli tra il 1936 e il 1941, tutti costruiti attorno alla guida tecnica di Árpád Weisz prima e di altri tecnici ungheresi poi — a trasformare il club in una potenza riconosciuta a livello europeo. La partecipazione e la vittoria nella Coppa dell'Europa Centrale del 1932 e del 1934, torneo allora considerato l'equivalente del campionato continentale, non è un dettaglio marginale: segnala un'ambizione e una capacità realizzativa che pochi club italiani dell'epoca potevano vantare. Vale la pena ricordare che Árpád Weisz, il tecnico che aveva costruito buona parte di quella macchina, venne espulso dall'Italia nel 1938 in applicazione delle leggi razziali fasciste e morì ad Auschwitz nel 1944: una pagina che il club ha riconosciuto con cerimonie di commemorazione ufficiali e che appartiene alla storia del Bologna FC calcio storia tifo quanto qualunque trofeo in bacheca.
Il dopoguerra, gli anni Cinquanta e la costruzione del ciclo vincente degli anni Sessanta
La ripresa del dopoguerra portò il Bologna a ricostituire un organico competitivo con la gradualità tipica di un club che non ha mai avuto alle spalle le risorse delle grandi industrie settentrionali: la Fiat per la Juventus, i petrolieri per il Milan di Rivera, l'editoria e la finanza per l'Inter di Moratti. Il settimo scudetto, quello del 1964, arrivò in circostanze che sono entrate nella mitologia del calcio italiano: spareggio a Roma contro l'Inter di Helenio Herrera, la Grande Inter che di lì a pochi mesi avrebbe vinto la Coppa dei Campioni; una vittoria per 2-0, con gol di Harald Nielsen e Helmut Haller, che rimane forse il vertice assoluto dell'identità sportiva rossoblù. Quella squadra, costruita dal direttore tecnico Giuseppe Pasetti e allenata da Fulvio Bernardini, mescolava giocatori italiani di grande qualità tecnica a stranieri acquistati con criterio: Haller, fantasista tedesco di tocco raffinato; Nielsen, danese implacabile in area di rigore; una difesa solida attorno a Giovanni Furlanis. Nei decenni successivi il club non riuscì a replicare quella sintesi, scivolando in un'alternanza tra Serie A e momenti di difficoltà che avrebbe caratterizzato gran parte dei successivi quarant'anni.
La Coppa Italia del 1974 e i decenni di transizione fino agli anni Duemila
L'unica Coppa Italia nella storia del club arrivò nel 1974, battendo in finale il Palermo in due partite, e rappresentò l'ultimo atto di un ciclo che stava per chiudersi definitivamente: di lì a qualche anno il Bologna avrebbe cominciato a vivere una stagione di incertezza strutturale, con retrocessioni, risalite, cambi di proprietà e la progressiva difficoltà di competere con club dotati di risorse sistematicamente superiori. Gli anni Ottanta furono anni di sopravvivenza più che di progetto; i Novanta portarono qualche stagione europea — le Coppe UEFA del 1998-99 e 1999-2000, con ottavi di finale raggiunti in entrambe le occasioni — all'interno di un ciclo di discreta solidità tecnica costruito attorno a figure come Roberto Baggio, arrivato a Bologna nella stagione 1997-98 dopo gli anni juventini e milanisti, e ad allenatori capaci come Carlo Mazzone. Quello fu l'ultimo momento in cui il club toccò l'Europa prima del lungo intervallo che sarebbe seguito; la retrocessione del 2005 e poi quella ancor più dolorosa del 2014 delimitano un'epoca in cui il Bologna FC visse di rendita simbolica più che di sostanza sportiva.
La rifondazione tecnica e il progetto Saputo: struttura, metodo, risultati
L'acquisizione del club da parte dell'imprenditore canadese Joey Saputo, avvenuta nel 2014 in coincidenza con una delle stagioni più difficili della storia recente, ha avviato un processo di rifondazione che ha impiegato quasi un decennio per produrre risultati visibili, segno di una pianificazione strutturale piuttosto che di interventi emergenziali. La nomina di Thiago Motta come allenatore nell'estate del 2022 ha rappresentato il punto di accelerazione più netto: il tecnico italo-brasiliano ha imposto un modello di gioco codificato, basato sul possesso palla, sulla pressione organizzata e su una gestione della palla lunga dalle fasi difensive, che ha trasformato il Bologna in una delle squadre più riconoscibili del campionato italiano per identità di gioco. La stagione 2023-24 ha portato il club al quinto posto in Serie A e alla conseguente qualificazione alla Champions League per la prima volta nella storia del club: un risultato la cui portata storica è difficile sopravvalutare, poiché colloca il Bologna in un contesto che nessuna delle stagioni europee precedenti — tutte in Coppa UEFA — aveva mai sfiorato. La partenza di Motta verso la Juventus nell'estate del 2024 ha posto il club di fronte a una scelta tecnica delicata, gestita con la nomina di Vincenzo Italiano, e la stagione 2024-25 ha confermato la tenuta del progetto complessivo anche al di là della singola figura allenatoriale.
Il tifo rossoblu: sociologia di una curva e radicamento territoriale
Parlare di Bologna FC e della storia del tifo senza affrontare la dimensione della tifoseria significa descrivere un'architettura senza occuparsi dei materiali con cui è costruita: la curva del Dall'Ara ha una storia che precede di molto il tifo organizzato moderno, e il rapporto tra la città e la squadra ha sempre avuto una qualità specifica che non si trova in molti altri contesti italiani. Bologna è una città universitaria, intellettualmente vivace, con una tradizione politica di sinistra che ha storicamente mediato il rapporto con il calcio attraverso categorie culturali più ampie del semplice tifo da stadio; eppure la fedeltà alla maglia rossoblù ha dimostrato di essere impermeabile ai risultati, con presenze al Dall'Ara che durante le stagioni di Serie B hanno mantenuto livelli che molte squadre di prima divisione invidiano. La curva Andrea Costa, nata nei primi anni Settanta, ha attraversato tutte le fasi del club mantenendo una continuità organizzativa che è essa stessa una forma di identità storica. Il recente ritorno europeo ha rimesso in moto una partecipazione emotiva che molti tifosi under quaranta non avevano mai vissuto in prima persona: le notti di Champions League al Dall'Ara nel 2024-25, con lo stadio esaurito e una coreografia curata con la meticolosità che la curva riserva alle occasioni che contano, hanno segnato un prima e un dopo nella memoria collettiva della tifoseria. È dentro quella continuità — tra il 1964 e il 2024, tra lo spareggio di Roma e le notti europee di sessant'anni dopo — che si misura la profondità di una storia sportiva che il tempo non ha consumato.
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Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.