Le torri di Bologna oltre le Due Torri: storia nascosta, numeri e itinerario urbano
16/05/2026
Bologna è conosciuta in tutto il mondo per le Due Torri, Asinelli e Garisenda, ma ridurre la sua identità verticale a quella coppia monumentale significa osservare solo la parte più evidente di una storia molto più fitta, stratificata e sorprendente. Nel Medioevo, infatti, la città non era dominata da due soli profili svettanti, ma da una vera trama di torri, case fortificate, corpi edilizi rialzati e strutture poi inglobate nei palazzi successivi. È da questa concentrazione che nasce l’immagine di Bologna “la Turrita”, una città dove la verticalità non era un ornamento, ma un linguaggio politico, familiare e urbano.
La domanda più frequente, quando si parla di torri medievali Bologna storia nascosta, è apparentemente semplice: quante ce n’erano davvero? La risposta, però, richiede cautela, perché le fonti storiche distinguono male tra torri complete, torri mozzate, case-torri e strutture inglobate; inoltre, molte furono abbassate, trasformate o demolite nel corso dei secoli. Alcune stime moderne parlano di un paesaggio compreso tra ottanta e cento torri, mentre la tradizione ottocentesca arrivò a ipotizzare numeri molto più alti. Oggi ne restano poco più di venti riconoscibili o documentate, anche se solo una parte è immediatamente visibile al passante distratto.
Questo articolo legge Bologna oltre l’icona turistica delle Due Torri: spiega perché la città costruì così tante strutture verticali, quali torri restano, dove si trovano nel tessuto urbano e come riconoscerle camminando tra vie, piazze, corti e palazzi del centro storico.
Quante torri aveva Bologna nel Medioevo: tra mito delle cento torri e stime storiche
Il mito delle cento torri è uno dei racconti più persistenti della storia bolognese, perché restituisce con immediatezza l’immagine di una città medievale affollata di volumi verticali, dove ogni famiglia potente cercava di affermare la propria presenza nel paesaggio urbano. Dire che Bologna avesse “cento torri” non è soltanto una formula suggestiva: è un modo per descrivere una fase storica in cui il potere privato, la competizione politica e la sicurezza familiare si traducevano direttamente in architettura.
Le fonti disponibili non permettono però un numero definitivo. Alcune ricostruzioni ottocentesche, in particolare quelle legate agli studi di Giovanni Gozzadini, arrivarono a ipotizzare una quantità molto elevata di torri, fino a 180; la storiografia più prudente tende invece a collocare il fenomeno nel campo delle ottanta-cento strutture tra XI e XIII secolo. Questa incertezza dipende da un problema di metodo: non tutte le torri lasciarono tracce documentarie chiare, non tutte erano uguali per altezza e funzione, e molte furono tagliate, fuse nei palazzi o rielaborate in forme difficili da riconoscere.
Il periodo decisivo coincide con la crescita della Bologna comunale, quando la città aumenta il proprio peso economico, politico e demografico. Le famiglie più influenti non costruiscono soltanto abitazioni, ma complessi fortificati, spesso organizzati attorno a corti, palazzi e torri. In questo contesto, l’altezza diventa un messaggio pubblico: chi possiede una torre non dispone solo di una struttura difensiva, ma dichiara il proprio rango davanti alla città.
Il numero esatto, quindi, conta meno del fenomeno urbano che rappresenta. Bologna non era una città con qualche torre, ma una città modellata dalle torri; il suo profilo medievale doveva apparire molto diverso da quello attuale, più denso, più frastagliato e più competitivo. La memoria delle “cento torri” resta efficace proprio perché racconta questa dimensione: un Medioevo in cui il potere non si esprimeva solo nei palazzi comunali o religiosi, ma anche nelle architetture private che salivano sopra il tessuto abitato.
Perché Bologna costruì tante torri: potere familiare, difesa e controllo urbano
Per capire le torri medievali di Bologna bisogna uscire dall’idea romantica del monumento panoramico e tornare a una città segnata da instabilità politica, rivalità familiari e rapporti di forza continuamente negoziati. Tra la fine dell’XI e il XII secolo, le famiglie più ricche e influenti trovano nella torre uno strumento concreto per proteggersi e, allo stesso tempo, per rendere visibile il proprio ruolo. Non si tratta solo di costruire in alto: si tratta di occupare simbolicamente lo spazio urbano.
Le funzioni principali erano tre: fortilizio, controllo del territorio e status symbol. La torre poteva servire come rifugio in caso di scontro, come punto di osservazione sulle strade e sulle proprietà vicine, ma anche come segno di prestigio. Una struttura alta, costosa e tecnicamente complessa comunicava potenza economica, capacità organizzativa e appartenenza a una consorteria capace di difendere i propri interessi. Materiali, altezza e posizione diventavano parte di una grammatica sociale riconoscibile.
Dal punto di vista architettonico, le torri medievali bolognesi erano costruzioni severe, molto lontane dall’idea di residenza confortevole. Le torri vere e proprie avevano spesso basi quadrangolari, murature spesse, altezze superiori ai trenta metri e accessi non collocati al piano terreno, proprio per renderle più sicure. Secondo le descrizioni specialistiche, non avevano originariamente ingressi alla base, balconi, scale fisse in muratura o aperture distribuite come in un’abitazione normale; erano macchine verticali di difesa e rappresentazione, più che case nel senso moderno del termine.
Questa distinzione è importante perché nel racconto turistico spesso si confondono torri, case-torri e palazzi turriti. Le case-torri potevano integrare funzioni abitative, mentre le torri più alte erano strutture più specializzate, legate alla sicurezza e all’autorità familiare. Con il consolidamento del Comune e la riduzione delle lotte interne, molte furono abbassate o trasformate in spazi commerciali e abitativi; il loro ruolo militare diminuì, mentre rimase la loro forza simbolica. Bologna, in altre parole, smise gradualmente di avere bisogno di tante torri, ma non smise mai di riconoscersi in esse.
Quante torri restano oggi a Bologna e quali sono oltre Asinelli e Garisenda
Oggi Bologna conserva poco più di venti strutture turrite, anche se il conteggio varia a seconda dei criteri adottati: una cosa è parlare di torri medievali ancora chiaramente leggibili, un’altra includere case-torri, torri mozzate, torri inglobate e campanili di origine o impianto medievale. Le Due Torri restano il simbolo più evidente, ma non esauriscono affatto il patrimonio verticale della città; anzi, sono il punto di partenza per scoprire un sistema molto più ricco e diffuso.
Tra le torri più riconoscibili oltre Asinelli e Garisenda si trovano la Torre Prendiparte, detta anche Coronata, in via Sant’Alò; la Torre Azzoguidi, nota come Altabella, in via Altabella; la Torre Galluzzi, affacciata sull’omonima corte; la Torre Scappi, visibile nell’area di via Indipendenza; la Torre Oseletti, in Strada Maggiore; la Torre Toschi, presso piazza Minghetti; e la Torre Lapi, inglobata nel complesso di Palazzo d’Accursio. A queste si aggiungono altre presenze più difficili da leggere, come Uguzzoni, Alberici, Conoscenti o strutture assorbite da edifici successivi.
Il caso della Torre Prendiparte è particolarmente interessante perché mostra come una torre possa attraversare molte vite. Alta quasi sessanta metri, fu struttura di potere e poi, in epoca successiva, carcere arcivescovile; ancora oggi conserva una forte capacità narrativa, perché l’edificio non parla solo di architettura militare, ma anche di uso sociale, controllo religioso e memoria urbana. La Torre Azzoguidi, invece, colpisce per la sua eleganza verticale e per la posizione, che permette di cogliere l’antica densità del centro.
Molte torri sono difficili da notare perché Bologna è una città di stratificazioni. Facciate posteriori, palazzi rinascimentali, ampliamenti moderni, intonaci e corti interne hanno spesso nascosto ciò che nel Medioevo era esposto e dominante. Per questo la storia nascosta delle torri non si legge soltanto guardando in alto, ma anche osservando spessori murari, basamenti, irregolarità di volume, improvvisi cambi di materiale e allineamenti anomali nelle vie del centro.
Dove trovare le torri nascoste nel centro storico: itinerario a piedi tra vie, corti e palazzi
Un itinerario efficace tra le torri nascoste di Bologna può partire da Piazza di Porta Ravegnana, il nodo urbano delle Due Torri, dove convergono direttrici storiche come Strada Maggiore, via San Vitale, via Zamboni, via de’ Giudei e via Rizzoli. È un punto strategico perché mostra ancora oggi il rapporto fra torre, incrocio e controllo dello spazio: le torri non erano oggetti isolati, ma segnali collocati in luoghi ad alta intensità commerciale e politica.
Da qui si può risalire verso via Altabella, dove la Torre Azzoguidi impone una verticalità meno fotografata ma molto significativa. Il nome stesso, Altabella, suggerisce la percezione storica di una torre alta ed elegante, capace di distinguersi senza la fama monumentale delle Asinelli. Proseguendo verso via Sant’Alò, la Torre Prendiparte permette di comprendere meglio il rapporto tra torre e isolato urbano: non domina una grande piazza turistica, ma emerge da un tessuto di strade strette, corti e affacci ravvicinati.
Un’altra tappa fondamentale è Corte Galluzzi, uno degli spazi più suggestivi per capire come le torri fossero inserite in complessi familiari. Qui la percezione cambia: non si osserva soltanto una struttura verticale, ma un frammento di città aristocratica, dove corte, palazzo e torre funzionavano come un sistema. La torre non è soltanto un punto panoramico; è il centro di un recinto sociale, il segno di una famiglia e della sua capacità di organizzare uno spazio protetto.
L’itinerario può poi proseguire verso via Indipendenza, dove la Torre Scappi mostra bene il tema dell’inglobamento urbano, e verso Strada Maggiore, dove la Torre Oseletti ricorda quanto le antiche direttrici di uscita dalla città fossero importanti nel paesaggio medievale. In piazza Minghetti, la Torre Toschi offre un ulteriore esempio di torre meno immediata, da cercare più con attenzione che con aspettativa monumentale.
Per leggere davvero queste presenze, bisogna camminare lentamente. I segnali sono spesso discreti: murature in laterizio più antiche, basamenti massicci, finestre poste in modo irregolare, volumi che salgono improvvisamente sopra la linea dei tetti, cortili che conservano proporzioni medievali. Bologna non consegna tutte le sue torri in una sequenza da cartolina; le distribuisce nel tessuto urbano, chiedendo al visitatore di alzare lo sguardo e di riconoscere la città per indizi.
Le torri scomparse: crolli, mozzature, demolizioni e l’apertura di via Rizzoli
La Bologna turrita che immaginiamo guardando le ricostruzioni medievali non esiste più perché le torri, nei secoli, hanno subito una lunga selezione storica. Alcune crollarono per instabilità strutturale, altre furono danneggiate da eventi naturali o conflitti, molte furono abbassate per ragioni di sicurezza e controllo politico. La torre, infatti, era anche un potenziale problema pubblico: troppo alta, troppo fragile, troppo legata al potere privato in una città che, col tempo, rafforzava le proprie istituzioni comunali.
La pratica della mozzatura fu una delle forme più significative di trasformazione. Abbassare una torre non significava soltanto renderla più sicura, ma anche ridimensionare simbolicamente il potere della famiglia che l’aveva costruita. In alcuni casi l’intervento rispondeva a ragioni tecniche; in altri aveva un valore politico. Una torre dimezzata continuava a esistere, ma perdeva parte della propria arroganza verticale, diventando più compatibile con un ordine urbano meno dominato dalle consorterie.
Un capitolo decisivo riguarda le trasformazioni moderne, in particolare l’area di via Rizzoli e del Mercato di Mezzo. Tra l’inizio del Novecento e il primo dopoguerra, l’allargamento dell’asse centrale della città modificò radicalmente il rapporto tra le Due Torri e il tessuto circostante. I lavori, iniziati nel 1910 e protratti fino al 1918, contribuirono a isolare e monumentalizzare Asinelli e Garisenda, trasformandole nel simbolo scenografico che oggi conosciamo.
In quel processo scomparvero o riemersero alla vista, prima della demolizione, torri medievali che facevano parte di una Bologna più densa e meno ordinata. I casi di Artenisi, Riccadonna e Guidozagni sono emblematici: strutture legate al vecchio tessuto urbano furono sacrificate alla modernizzazione della viabilità e alla costruzione di un nuovo centro rappresentativo. Le fonti iconografiche e storiche ricordano come alcune di queste torri siano state visibili proprio durante le fasi di demolizione e allargamento, diventando per breve tempo testimonianze di una città che stava cambiando volto.
Le torri scomparse, quindi, non appartengono solo alla nostalgia. Raccontano una tensione costante tra conservazione e trasformazione, tra memoria medievale e città moderna. Bologna ha perso molte torri non soltanto per fragilità o incuria, ma perché ogni epoca ha ridisegnato le proprie priorità: sicurezza, traffico, rappresentanza, commercio, monumentalità. La città che oggi ammiriamo è anche il risultato di ciò che è stato eliminato.
Come leggere oggi la Bologna turrita: una storia nascosta nello skyline quotidiano
Leggere oggi la Bologna turrita significa abbandonare l’idea della torre come monumento isolato e riconoscerla invece come parte di un paesaggio storico continuo. Le torri dialogano con i portici, con le strade medievali, con le corti interne, con i palazzi comunali e con gli edifici rinascimentali che spesso le hanno assorbite. La città non conserva il suo Medioevo in un recinto separato: lo mescola alla vita quotidiana, alle attività commerciali, ai percorsi universitari, alle piazze frequentate e alle vie di passaggio.
Questa è la ragione per cui la storia nascosta delle torri medievali di Bologna resta così affascinante. Non tutto è esposto, catalogato e immediatamente comprensibile; molto è da interpretare. Una torre può apparire come un volume laterale, come una parete più spessa, come una massa in laterizio che interrompe la regolarità di un palazzo. In altri casi è perfettamente visibile, ma oscurata dalla fama delle Due Torri, che concentrano lo sguardo del visitatore e rischiano di rendere invisibile il resto.
La tutela contemporanea conferma quanto questo patrimonio sia ancora vivo e delicato. Il monitoraggio della Garisenda e gli interventi di sicurezza ricordano che le torri non sono semplici immagini da cartolina, ma strutture complesse, sottoposte al tempo, al terreno, ai materiali e alle vibrazioni della città contemporanea. Il Comune di Bologna ha comunicato negli ultimi anni attività di monitoraggio costante e percorsi di messa in sicurezza, confermando che la conservazione delle torri è una questione tecnica oltre che culturale.
Capire Bologna attraverso le sue torri significa dunque leggere una città per stratificazioni. Le Due Torri restano il simbolo più potente, ma attorno a loro sopravvive un sistema di presenze minori, talvolta evidenti, talvolta nascoste, che racconta un Medioevo urbano fatto di famiglie, conflitti, ambizioni, paure e trasformazioni. Ogni torre superstite è un documento verticale: non solo un resto architettonico, ma una pagina ancora leggibile della città.
Chi visita Bologna cercando soltanto Asinelli e Garisenda vede il monumento; chi segue le altre torri comincia invece a vedere la struttura profonda della città. È in questa differenza che si trova la vera ricchezza del tema: Bologna non è “turrita” perché possiede due icone famose, ma perché il suo centro storico conserva ancora le tracce di un’intera civiltà della verticalità.
Le torri medievali di Bologna sono una delle chiavi più efficaci per comprendere la città oltre la superficie turistica. Erano strumenti di difesa, affermazioni di prestigio, punti di controllo e segni familiari; oggi sono resti, indizi, emergenze urbane e monumenti da proteggere. Il loro numero originario resta discusso, ma la loro importanza non lo è: tra Medioevo e modernità, hanno contribuito a definire l’immagine stessa di Bologna.
Camminare alla ricerca delle torri oltre le Due Torri significa cambiare ritmo e sguardo. Non basta raggiungere Piazza di Porta Ravegnana, fotografare Asinelli e Garisenda e proseguire; occorre entrare nelle vie laterali, osservare le corti, riconoscere le murature antiche, interrogare i nomi delle strade e accettare che una parte della città sia nascosta proprio perché è stata continuamente abitata, riutilizzata e trasformata.
In questo senso, la Bologna delle torri non appartiene solo al passato. È ancora presente nello skyline, nei pieni e vuoti del centro storico, nelle facciate che nascondono corpi più antichi, nei restauri che tengono insieme memoria e ingegneria. Le torri superstiti, visibili o inglobate, ricordano che la città non si comprende attraverso una sola icona, ma attraverso una costellazione di tracce. Ed è proprio lì, oltre le Due Torri, che Bologna rivela la sua storia più nascosta.
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