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Le donne che hanno fatto la storia di Bologna: da Laura Bassi alle partigiane

10/05/2026

Le donne che hanno fatto la storia di Bologna: da Laura Bassi alle partigiane

Bologna ha una storia femminile molto più profonda di quanto raccontino gli itinerari turistici tradizionali, perché dietro le torri, i portici, l’università, le chiese, le botteghe artistiche e la memoria della Resistenza esistono donne che hanno inciso sulla città in modo decisivo. Alcune sono diventate simboli riconosciuti, come Laura Bassi, indicata dall’Università di Bologna come la prima donna a ottenere una cattedra universitaria; altre sono rimaste più a lungo ai margini della memoria pubblica, pur avendo attraversato campi allora quasi esclusivamente maschili, dal diritto alla medicina, dalla scultura alla militanza antifascista

Raccontare le donne che hanno fatto la storia di Bologna significa attraversare secoli molto diversi: le giuriste medievali legate allo Studio, le artiste del Rinascimento e del Barocco, le scienziate del Settecento, le mediche dell’Ottocento, le partigiane del Novecento. Non è una storia lineare di progresso, perché ogni conquista fu spesso isolata, celebrata come eccezione e poi seguita da nuove chiusure. Lo mostra bene la vicenda di Laura Bassi: dopo di lei, l’Università di Bologna ebbe pochissime docenti donne, tra cui Clotilde Tambroni e Maria Dalle Donne, e la presenza femminile rimase fragile dentro un’istituzione costruita per secoli su basi maschili. 

La Bologna delle donne, quindi, non va letta come una galleria di figure decorative, ma come una mappa di conflitti, intelligenze, talenti e coraggio civile. Le sue protagoniste hanno insegnato, scolpito, dipinto, curato, scritto, studiato, resistito e pagato spesso un prezzo alto per essere riconosciute. Seguirne le tracce significa guardare la città da un altro punto di vista: non soltanto come capitale universitaria o centro d’arte, ma come luogo in cui molte donne hanno forzato i confini del possibile.

Bologna e le donne del sapere: un primato antico ma fragile

La storia femminile di Bologna comincia, in modo quasi inevitabile, dall’università. Lo Studio bolognese fu uno dei luoghi più prestigiosi d’Europa per il diritto, la filosofia, la medicina e le discipline del sapere, ma proprio questa centralità rese ancora più evidente la difficoltà delle donne a entrare nello spazio pubblico della conoscenza. Per questo figure come Bettisia Gozzadini e Novella d’Andrea hanno assunto un valore quasi leggendario: non furono solo donne colte, ma presenze capaci di incrinare l’immagine di un sapere riservato agli uomini.

Bettisia Gozzadini, vissuta nel XIII secolo, viene ricordata da Enciclopedia delle donne come una figura che tenne lezioni di diritto all’Università di Bologna e fu probabilmente la prima donna a insegnare in un ateneo. La tradizione racconta che avesse seguito le lezioni vestita da uomo e che, da docente, fosse costretta a parlare velata per non distrarre gli studenti, ma la stessa fonte avverte che leggenda e storia si intrecciano in modo difficile da sciogliere.

Novella d’Andrea, figlia del giurista Giovanni d’Andrea, appartiene allo stesso immaginario. Secondo la tradizione, teneva lezione in assenza del padre davanti a una platea numerosa, talvolta descritta mentre parlava coperta da un velo o dietro una sorta di sipario. Anche in questo caso, la leggenda dice molto sulla difficoltà di accettare una donna in cattedra: il problema non era soltanto che una donna sapesse, ma che potesse parlare pubblicamente e insegnare a uomini.

Queste figure sono importanti anche quando le fonti non permettono una ricostruzione pienamente lineare. La loro memoria dimostra che Bologna ha costruito parte della propria identità su donne eccezionali, ma non sempre ha trasformato quelle eccezioni in accesso stabile. La città celebrava il talento femminile quando diventava motivo di prestigio, mentre la presenza quotidiana delle donne nelle istituzioni del sapere restava limitata, controllata e spesso subordinata allo sguardo maschile.

Il primato bolognese, quindi, va raccontato con precisione. Non fu un paradiso dell’uguaglianza, ma un luogo in cui alcune donne riuscirono a entrare in spazi proibiti, lasciando tracce abbastanza forti da attraversare i secoli. La loro storia apre una domanda che accompagnerà tutte le altre: quante donne furono ricordate perché eccezionali, e quante furono dimenticate perché il loro sapere non trovò istituzioni disposte a conservarlo?

Laura Bassi e il Settecento delle scienziate bolognesi

Laura Bassi è la figura più potente della storia femminile bolognese legata alla scienza. Nata a Bologna nel 1711, fu formata privatamente e introdotta nei circoli colti cittadini grazie al riconoscimento precoce delle sue capacità. L’Università di Bologna ricorda il 1732 come il suo anno decisivo: diventò membro onorario dell’Accademia delle Scienze, conseguì la laurea in filosofia, ottenne l’abilitazione all’insegnamento e tenne una prima lezione pubblica all’Archiginnasio

La sua fama fu straordinaria, ma non priva di contraddizioni. L’ateneo bolognese la definisce la prima donna a detenere una cattedra universitaria, ma ricorda anche che il suo ruolo pubblico fu inizialmente limitato, perché poteva insegnare in occasioni speciali e riceveva un emolumento più simile a un premio che a uno stipendio ordinario. Solo nel 1776 il Senato le affidò la cattedra di fisica sperimentale presso l’Istituto delle Scienze, due anni prima della morte.

Accanto a Laura Bassi, Bologna espresse altre figure femminili di grande rilievo scientifico. Anna Morandi Manzolini, nata nel 1714, divenne celebre per la ceroplastica anatomica, appresa dal marito Giovanni Manzolini e trasformata in un sapere tecnico e didattico di altissima qualità. L’Università di Bologna la descrive come protagonista di una riforma culturale e sociale che solo nella città settecentesca poté realizzarsi, anche se per breve tempo; salì in cattedra per impartire nozioni di anatomia e contribuì alla formazione dei medici attraverso modelli in cera. 

Maria Dalle Donne appartiene alla generazione successiva e mostra un altro volto della conoscenza femminile bolognese. Nata nel 1778, lo stesso anno della morte di Laura Bassi, fu la prima donna medico dell’Università di Bologna e diresse per quarant’anni la Scuola di Ostetricia, formando levatrici con rigore professionale. La sua vicenda è decisiva perché collega sapere accademico, cura del corpo femminile, professionalizzazione dell’ostetricia e riconoscimento faticoso della competenza medica delle donne. 

Questo Settecento bolognese appare quasi irripetibile. Bassi, Morandi Manzolini e Dalle Donne dimostrano che la città fu capace di offrire spiragli straordinari alle donne del sapere, ma anche che quei percorsi restarono fragili e spesso isolati. La loro grandezza non consiste solo nei risultati ottenuti, ma nell’aver imposto il proprio ingegno dentro istituzioni che le ammiravano e, nello stesso tempo, continuavano a considerarle eccezioni da contenere.

Artiste, scultrici e pittrici: da Properzia de’ Rossi a Elisabetta Sirani

La storia delle donne bolognesi passa anche dall’arte, dove il problema non era soltanto produrre opere, ma entrare in botteghe, ottenere committenze, lavorare su materiali considerati inadatti a una donna e conquistare visibilità pubblica. Properzia de’ Rossi, vissuta tra Quattrocento e Cinquecento, è una delle figure più forti in questo senso. Scultrice di grande personalità, viene ricordata per i bassorilievi destinati al portale della basilica di San Petronio tra il 1525 e il 1526, in un ambiente professionale dominato dagli uomini. 

La sua vicenda è esemplare perché la scultura, più ancora della pittura, era considerata un mestiere fisico, pubblico, tecnico e maschile. Properzia de’ Rossi dovette lavorare in un campo in cui la presenza femminile suscitava diffidenza, invidia e ostilità. Le fonti dedicate al suo ritratto la descrivono come osteggiata da colleghi che mal sopportavano una donna in un ambito tradizionalmente maschile, elemento che conferma quanto il talento non bastasse a garantire riconoscimento stabile. 

Nel Seicento, Elisabetta Sirani portò la pittura femminile bolognese a un livello di notorietà eccezionale. Nata nel 1638 e morta giovanissima nel 1665, fu pittrice e incisora, autrice di opere per committenze pubbliche e private, capace di dirigere una produzione intensa in pochi anni. La Pinacoteca Nazionale di Bologna conserva e valorizza opere della scuola bolognese, e la presenza di Sirani in quel contesto ricorda quanto la città barocca fosse anche un laboratorio femminile di pittura, pur dentro limiti sociali severi.

Sirani è importante perché non fu soltanto una “donna che dipingeva”, ma una professionista riconosciuta, capace di operare in una città dove la pittura aveva un mercato, una tradizione accademica e una rete di committenze. La sua morte prematura alimentò leggende e sospetti, ma la sostanza storica resta la forza della sua produzione: una carriera breve, concentrata, visibile, sufficiente a renderla una delle pittrici più note dell’Italia barocca.

Properzia ed Elisabetta mostrano due volti della stessa battaglia: entrare nel canone artistico senza essere ridotte a curiosità. La prima affrontò la durezza della scultura e dello spazio pubblico monumentale; la seconda costruì una bottega e una reputazione pittorica in un’epoca in cui la professionalità femminile restava fragile. Bologna le ricorda, ma la loro storia chiede ancora di essere integrata pienamente nella narrazione della città, non separata in un capitolo laterale.

Donne tra cura, educazione e città: la Bologna meno visibile

Molte donne che hanno fatto la storia di Bologna non hanno lasciato monumenti imponenti o opere immediatamente riconoscibili, perché il loro campo d’azione fu la cura, l’educazione, la formazione, la vita religiosa, la trasmissione del sapere e l’assistenza. Sono ambiti spesso considerati minori, ma in realtà hanno retto per secoli la struttura sociale della città. La storia femminile urbana si trova anche negli ospedali, nelle scuole, nei collegi, nei conventi, negli archivi, negli ambulatori e nelle case in cui si formavano pratiche quotidiane di sapere.

Maria Dalle Donne è una figura centrale proprio perché permette di collegare questi mondi. La sua direzione della Scuola di Ostetricia per quarant’anni non fu un incarico secondario, ma un passaggio nel processo di professionalizzazione della nascita e della salute femminile. La fonte dell’Università di Bologna sottolinea che insegnò alle levatrici moderne con professionalità e rigore, in una fase in cui il mestiere antico delle ostetriche veniva progressivamente ricondotto dentro la medicina accademica. 

Questa storia è anche una storia di potere sul corpo delle donne. La formazione delle levatrici significava migliorare competenze e sicurezza, ma avveniva dentro una trasformazione in cui la medicina maschile cercava di controllare un sapere a lungo praticato da donne. Dalle Donne occupa una posizione particolare: donna medico, docente, mediatrice tra sapere accademico e pratica ostetrica, capace di parlare a un mondo femminile che l’università aveva spesso ignorato o guardato con sospetto.

Accanto a lei vanno ricordate figure meno note, insegnanti, educatrici, religiose, infermiere, benefattrici, studiose e amministratrici di opere pie. Non tutte entrarono nei repertori ufficiali, ma molte contribuirono a rendere Bologna una città di formazione e assistenza. La memoria pubblica tende a privilegiare il gesto eccezionale, la cattedra, il quadro, la medaglia al valore; la storia quotidiana delle donne, invece, richiede una ricerca più paziente, fatta di documenti, lapidi minori, registri scolastici e istituzioni di cura.

Leggere Bologna da questo punto di vista significa cambiare mappa. Non bastano Piazza Maggiore, l’Archiginnasio o San Petronio; bisogna includere ospedali, scuole professionali, case di educazione, aule universitarie, cimiteri monumentali, quartieri popolari e luoghi di assistenza. Le donne che hanno fatto la storia della città non sono solo quelle entrate nella gloria, ma anche quelle che hanno trasformato la vita materiale dei bolognesi attraverso competenze considerate a lungo invisibili.

Le partigiane bolognesi: Irma Bandiera, Renata Viganò e la Resistenza delle donne

Nel Novecento, la storia delle donne bolognesi raggiunge uno dei suoi momenti più drammatici e potenti con la Resistenza. Le partigiane non furono semplici figure di supporto, ma staffette, organizzatrici, combattenti, infermiere, informatrici, scrittrici, madri, operaie e studentesse che misero a rischio la propria vita. Bologna, città segnata dall’occupazione nazifascista e dalla lotta di liberazione, conserva molte tracce di questa presenza, anche se la memoria pubblica ha riconosciuto solo lentamente la piena centralità delle donne.

Irma Bandiera, nome di battaglia “Mimma”, è la figura più simbolica della Resistenza femminile bolognese. Nata a Bologna nel 1915, entrò nella lotta partigiana e fu arrestata, torturata e uccisa nel 1944. Enciclopedia delle donne ricorda che, dopo la morte, la Prima Brigata Garibaldi prese il suo nome e che alla fine della guerra fu riconosciuta partigiana e decorata con la Medaglia d’Oro al Valor Militare. A Bologna è ricordata da una lapide in via Irma Bandiera, nel Sacrario di Piazza Nettuno e nel Monumento alle Cadute partigiane a Villa Spada.

La sua storia colpisce perché unisce coraggio politico e resistenza fisica alla tortura. Non è un’icona astratta, ma una giovane donna bolognese che scelse la clandestinità, il rischio, la protezione dei compagni e il silenzio davanti agli aguzzini. La memoria di Irma Bandiera obbliga a riconoscere che la libertà cittadina non fu conquistata solo da uomini armati, ma anche da donne capaci di svolgere ruoli operativi e di pagare con la vita.

Renata Viganò rappresenta un altro volto della Resistenza: infermiera, scrittrice, partigiana, testimone. Storia e Memoria di Bologna ricorda che nacque a Bologna nel 1900, era infermiera e scrittrice, e nel 2021 le è stata dedicata una lapide nella casa di via Mascarella 63, dove visse con il marito. La sua opera più nota, legata alla memoria resistenziale, contribuì a dare voce narrativa alle donne della lotta partigiana e a sottrarle al ruolo secondario in cui la storia ufficiale le aveva spesso collocate. 

Irma Bandiera e Renata Viganò non esauriscono la storia delle partigiane bolognesi, ma la rendono visibile. Attorno a loro ci furono reti di donne che trasportavano messaggi, armi, viveri, documenti falsi, assistenza medica e informazioni; donne che tenevano insieme famiglie e clandestinità, fabbriche e quartieri, campagna e città. Raccontarle significa allargare la storia della Resistenza, riconoscendo che la liberazione di Bologna passò anche attraverso una forza femminile spesso meno celebrata, ma decisiva.

Itinerario nella Bologna delle donne: luoghi, lapidi, musei e memoria viva

Visitare Bologna seguendo la storia delle sue donne significa costruire un itinerario diverso da quello consueto. Il primo asse è quello del sapere: l’Archiginnasio, via Zamboni, l’Università e le memorie legate a Laura Bassi, Bettisia Gozzadini, Novella d’Andrea, Clotilde Tambroni e Maria Dalle Donne. Qui la città mostra il suo volto più ambivalente, capace di celebrare donne eccezionali e al tempo stesso di limitarne l’accesso stabile alla docenza e alla piena cittadinanza accademica. 

Il secondo asse è quello dell’arte. San Petronio richiama Properzia de’ Rossi e i suoi bassorilievi, mentre la Pinacoteca Nazionale e i musei cittadini permettono di ripensare la pittura bolognese includendo pienamente Elisabetta Sirani e le altre artiste. Una visita attenta dovrebbe chiedersi non solo quali opere vedere, ma perché per secoli sia stato più difficile per le donne dirigere botteghe, firmare opere, accedere a committenze monumentali e restare nel canone con la stessa forza degli uomini. 

Il terzo asse è quello della scienza e della cura. Le collezioni universitarie, le memorie della ceroplastica anatomica e i luoghi legati alla medicina consentono di avvicinare Anna Morandi Manzolini e Maria Dalle Donne. In queste figure, Bologna mostra una vocazione scientifica che non fu soltanto teorica: modelli anatomici, insegnamento medico, ostetricia, formazione delle levatrici e sperimentazione fisica raccontano una città in cui le donne contribuirono alla costruzione concreta del sapere. 

Il quarto asse è quello della memoria civile. Via Irma Bandiera, il Sacrario di Piazza Nettuno, Villa Spada e la Certosa permettono di seguire le tracce della Resistenza femminile, mentre via Mascarella richiama Renata Viganò e la scrittura partigiana. Questi luoghi non vanno visitati come semplici tappe commemorative, ma come punti in cui la città ricorda che la democrazia è stata costruita anche da corpi femminili esposti al carcere, alla tortura, alla clandestinità e alla morte. 

Una mappa femminile di Bologna non sostituisce la storia generale della città, ma la corregge e la rende più vera. Mostra che l’università non fu solo maschile, che l’arte non fu solo bottega di uomini, che la scienza non fu solo accademia esclusiva, che la Resistenza non fu solo epopea armata maschile. Ogni nome aggiunge una prospettiva: Bettisia e Novella interrogano il sapere medievale, Laura Bassi la scienza moderna, Properzia ed Elisabetta l’arte, Anna Morandi e Maria Dalle Donne la cura, Irma Bandiera e Renata Viganò la libertà.

Le donne che hanno fatto la storia di Bologna non appartengono a un capitolo separato, ma alla struttura stessa della città. Hanno insegnato, studiato, curato, scolpito, dipinto, scritto e combattuto in spazi che oggi attraversiamo spesso senza riconoscerle. Restituire loro posto nella narrazione urbana non è un gesto celebrativo, ma un modo più preciso di leggere Bologna: una città che deve parte della propria grandezza anche a donne capaci di aprire strade quando quelle strade non erano state pensate per loro.

 

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Fabiana Fissore

Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.