Cambiamento climatico, lo studio: le soluzioni privatistiche possono aggravare disuguaglianze e ritardare i risultati globali
24/03/2026
Nella lotta al cambiamento climatico, privilegiare soluzioni privatistiche di mitigazione rispetto a iniziative pubbliche rivolte alla riduzione dei gas serra può ridurre l’efficacia degli sforzi collettivi, ampliare le disuguaglianze e lasciare più esposti i Paesi e i cittadini con minori risorse. È il quadro che emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista PNAS, a cui hanno contribuito anche ricercatori dell’Università di Bologna, che descrive una vera e propria “trappola delle soluzioni privatistiche”: un meccanismo che riguarda soprattutto le nazioni più ricche e che, nel tentativo di proteggere i propri interessi immediati, finisce per aggravare le conseguenze del riscaldamento globale.
L’indagine ha coinvolto oltre 7.500 persone in 34 Paesi, chiamate a partecipare a una simulazione sulle modalità di impiego delle risorse economiche per contrastare il cambiamento climatico. Secondo Alessandro Tavoni, professore del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna e tra gli autori dello studio, uno dei nodi centrali dei negoziati climatici riguarda proprio la distribuzione dello sforzo economico necessario a contenere il riscaldamento del pianeta. I risultati mostrano però che chi dispone di maggiori risorse tende a orientarsi in misura superiore verso risposte locali e privatistiche, contribuendo meno alle azioni pubbliche condivise necessarie per ridurre le emissioni su scala globale.
La trappola delle soluzioni locali e il rischio di ampliare le disuguaglianze
Il punto di partenza dello studio è semplice: per affrontare davvero il cambiamento climatico la strada più efficace resta la riduzione delle emissioni di gas serra. Allo stesso tempo, i governi possono scegliere di investire anche in misure locali per attenuare gli impatti, come la gestione dei corsi d’acqua per limitare il rischio di alluvioni. Si tratta di interventi utili, talvolta necessari, ma che non risolvono il problema alla radice se non vengono accompagnati da un impegno pubblico più ampio e coordinato.
Per comprendere quali fattori influenzano queste scelte, i ricercatori hanno organizzato una serie di simulazioni con 7.504 partecipanti provenienti da contesti molto diversi, dalla Colombia alla Danimarca, dal Sudafrica all’India. I partecipanti sono stati divisi in gruppi di quattro persone: due rappresentavano Paesi ricchi, con una maggiore disponibilità di risorse, e due Paesi poveri. Ognuno doveva decidere come investire il proprio capitale, scegliendo tra una soluzione privata e una pubblica, entrambe finalizzate a evitare una catastrofe che avrebbe comportato la perdita dei guadagni.
I risultati hanno evidenziato un comportamento ricorrente: chi partiva con più risorse sceglieva più spesso di investire in soluzioni privatistiche locali invece che nella soluzione pubblica globale. Come spiega Tavoni, i partecipanti con una dotazione iniziale maggiore hanno puntato sulle soluzioni privatistiche il doppio delle volte rispetto a chi disponeva di meno risorse e, in proporzione, hanno contribuito meno all’investimento condiviso. È proprio questa dinamica a configurare la “trappola”, perché rallenta il raggiungimento di una risposta comune e mette maggiormente a rischio chi ha meno strumenti per proteggersi.
Le differenze culturali e le possibili vie d’uscita
Lo studio ha rilevato anche alcune differenze legate alla provenienza nazionale dei partecipanti. Chi vive in Paesi dove vengono maggiormente valorizzate strutture gerarchiche e criteri meritocratici tende a preferire soluzioni privatistiche; chi invece proviene da contesti culturali più orientati alla comunità e all’equità mostra una maggiore propensione verso le soluzioni pubbliche condivise. Questo elemento, pur significativo, non cambia però il dato di fondo emerso dall’indagine.
Secondo i ricercatori, infatti, nel lungo periodo quasi tutti i gruppi finiscono per cadere nella stessa logica, privilegiando la protezione immediata e locale rispetto all’investimento comune. Esiste però un aspetto incoraggiante: i gruppi che hanno scelto di investire presto e con decisione sulla soluzione pubblica sono riusciti più spesso a raggiungere l’obiettivo finale, riducendo l’attrattiva delle soluzioni privatistiche.
È da questa evidenza che possono nascere indicazioni utili anche sul piano politico. Gli studiosi segnalano, ad esempio, il potenziale dei cosiddetti “club climatici”, cioè gruppi di Paesi disposti a muoversi in modo coordinato, oppure di meccanismi di compensazione economica capaci di favorire investimenti condivisi e tempestivi. L’idea di fondo è che la risposta al cambiamento climatico richieda un livello di cooperazione tale da rendere meno conveniente la fuga verso soluzioni parziali e difensive.
Pubblicato con il titolo “The private solution trap in collective action problems across 34 nations”, lo studio ha visto per l’Università di Bologna la partecipazione di Giorgio Dini e Alessandro Tavoni del Dipartimento di Scienze Economiche. Il messaggio che lascia è netto: quando il problema è globale, affidarsi soprattutto a strategie frammentate e privatistiche può sembrare una scelta razionale nell’immediato, ma rischia di produrre un costo più alto per tutti, soprattutto per chi ha meno risorse per difendersi.