Export italiano, guerre e dazi: quasi 60 miliardi esposti alle crisi internazionali
23/03/2026
Per un’economia come quella italiana, che affida una parte decisiva della propria tenuta alla capacità di esportare, la geografia dei conflitti non è una questione lontana.
Ha effetti concreti su ordini, costi logistici, tempi di consegna, rotte commerciali e stabilità dei mercati di sbocco. I numeri lo mostrano con chiarezza: i Paesi coinvolti direttamente o indirettamente nei circa cinquanta conflitti armati oggi aperti nel mondo, insieme a quelli attraversati da forti tensioni interne, rappresentano per l’Italia un’area commerciale di primaria importanza, con un valore vicino ai 60 miliardi di euro di esportazioni.
Dentro questo perimetro rientrano mercati strategici per il Made in Italy, dall’Arabia Saudita all’Ucraina, dagli Emirati Arabi Uniti all’Azerbaijan. Si tratta di una fascia economica ampia e delicata, cresciuta ulteriormente con l’allargamento delle ostilità in Medio Oriente.
Soltanto questa regione vale quasi 30 miliardi di euro di export italiano, di cui circa 10 miliardi riconducibili al contributo delle micro e piccole imprese. A questa cifra va aggiunta una quota ulteriore, stimata tra i 20 e i 30 miliardi, che attraversa lo stretto di Hormuz per raggiungere i mercati dell’Estremo Oriente.
Il Golfo è diventato uno snodo decisivo per il Made in Italy
L’area del Golfo ha assunto negli ultimi anni un peso crescente per la manifattura italiana. Nel 2025 l’export verso questi mercati ha sfiorato i 29 miliardi di euro, con una crescita del 54% rispetto al 2021. È un incremento che racconta bene la capacità delle imprese italiane di trovare spazi di sviluppo anche in contesti complessi, ma segnala anche quanto il sistema produttivo nazionale sia oggi esposto a possibili shock geopolitici in quell’area.
I comparti che hanno registrato le performance più evidenti sono la meccanica, cresciuta del 75,7%, e la moda, salita del 107%. Seguono l’alimentare e le produzioni in metallo, settori che da tempo rappresentano una parte rilevante dell’identità industriale italiana sui mercati esteri.
La centralità del Medio Oriente emerge anche da un altro dato: per il Made in Italy quest’area vale oggi circa il doppio del mercato cinese. Un eventuale prolungamento del conflitto nel Golfo, dunque, produrrebbe conseguenze pesanti non soltanto sui flussi diretti verso quei Paesi, ma anche sull’intera architettura commerciale che collega la Penisola ai mercati asiatici.
Russia, Turchia e Medio Oriente: come cambiano i mercati sotto pressione
Il caso della Russia resta particolarmente indicativo. Dopo il picco di 7,7 miliardi di euro nel 2021, le esportazioni italiane sono scese a 3,7 miliardi lo scorso anno, anche per effetto del quadro sanzionatorio. In termini percentuali, il ridimensionamento è netto e ha inciso anche sul peso della Russia nel totale dell’export nazionale, passato in quattro anni dall’1,6% allo 0,6%. Si tratta di un calo che ha colpito soprattutto due dei comparti tradizionalmente più forti: la meccanica, che rappresenta il 28% del totale, e la moda, pari al 17,5%.
Le tensioni geopolitiche, però, non colpiscono soltanto i Paesi direttamente coinvolti nei conflitti. Si riverberano anche su economie formalmente esterne agli scenari bellici, ma fortemente connesse a quelle aree. La Turchia, per esempio, ha registrato già lo scorso anno una contrazione di quasi il 10% negli acquisti di prodotti italiani. È il segnale di un contagio commerciale che segue le linee dell’incertezza politica, della volatilità finanziaria e del rallentamento degli investimenti.
Alla pressione delle guerre si aggiunge il nodo dei dazi americani
A rendere ancora più fragile il quadro si aggiunge la questione dei dazi statunitensi, che si inserisce in una fase già segnata da un rallentamento dell’export italiano. La contrazione registrata negli ultimi due mesi dello scorso anno ha trovato continuità anche a inizio anno, con una flessione del 6,7% tra gennaio e febbraio. I segnali più evidenti di debolezza arrivano dai macchinari, mentre anche l’agroalimentare mostra un andamento meno brillante. In controtendenza si conferma il farmaceutico, sostenuto da un regime tariffario più favorevole.
La combinazione tra instabilità internazionale, rischi sulle rotte commerciali e nuove barriere all’ingresso nei mercati esteri mette sotto pressione l’intero sistema manifatturiero italiano. Eppure, dentro questo scenario, resta visibile una capacità di adattamento che il tessuto produttivo ha già dimostrato in più occasioni, diversificando destinazioni, rafforzando la qualità dell’offerta e cercando nuovi equilibri commerciali.
Le parole del presidente CNA Dario Costantini sintetizzano bene il punto: quasi 60 miliardi di esportazioni in Paesi coinvolti nelle guerre misurano la forza competitiva delle piccole imprese italiane, ma anche la loro esposizione a una fase internazionale estremamente instabile. Il conflitto nel Golfo, in particolare, pesa già oggi come fattore di rischio immediato, sia per il valore crescente di quel mercato sia per il suo ruolo di passaggio nelle esportazioni verso altri sbocchi e nel sistema degli approvvigionamenti.
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